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E se Facebook & Co. trasferissero i dati anche di quanto mangiamo e dei cibi che produciamo?

09 aprile 2018 / Di Filippo Renga / Nessun commento

Abbiamo già ampiamente parlato della rilevanza dei dati in ambito Agroalimentare sia attraverso le nostre ricerche e gruppi di lavoro (“Coltiva dati. Raccogli valore. La trasformazione digitale dell’agroalimentare”), sia attraverso un precedente key note su questo blog (“Non facciamoci rubare i big data che mangiamo!”).

Lo scandalo che ha investito Facebook rende il tema ulteriormente attuale. È innegabile che vi siano notevoli “appetiti” da parte dei grandi player sulle abitudini alimentari di qualsiasi consumatore. Accanto a Facebook, che fonda il proprio modello di business su questi dati, c’è sicuramente Instagram, società che fa parte della galassia di proprietà di Mark Zuckerberg: una piattaforma da circa mezzo miliardo di utenti dove il Food è uno dei trend principali, e svela molto dei gusti degli utenti.

Ma vi sono altri grandi attori del mondo web ad inseguire questi dati. Come Googleche non a caso ha fatto un importante lavoro con le Camere di Commercio Italiane; TripAdvisor, che segue con estrema attenzione l’ultimo miglio sia con le recensioni che con le prenotazioni al ristorante, monitorando attentamente sia i “commensali” che i ristoratori; Alibaba, il cui obiettivo apertamente dichiarato è quello di guidare i cinesi negli acquisti di food italiano “passo passo” in tutta Europa sia con i pagamenti che con le informazioni di viaggio, ma che sta collaborando anche con aziende a lattiero casearie; Apple, che con il proprio wallet e mobile payment inizia a guidarci verso i servizi transazionali come ha fatto in precedenza con le informazioni tramite app; e molti altri.

Ma vi sono attori anche più tradizionali, come nel mondo agricolo e della fornitura di servizi, che si sono attivati in modo deciso. John Deere, ad esempio, ha acquisito (per 305 Milioni di dollari), Blue River Technology, startup della Silicon Valley attiva nell’Agricoltura 4.0 supportata dal machine learning; IBM ha acquistato The Weather Company, con il chiaro obiettivo di supportare la filiera agricola e i produttori alimentari stagionali. Anche i colossi dell’agrochimica si muovono ormai con disinvoltura nell’ecosistema dell’innovazione digitale, aggiungendo al proprio portfolio piattaforme e servizi basati sull’elaborazione dei dati. Syngenta, ed esempio, ha acquisito di recente FarmShots, che ha sviluppato un sistema di acquisizione di immagini satellitari ad alta risoluzione e una piattaforma che consente di accedere ai dati in qualsiasi momento nonché di adattare il formato alla maggior parte dei software utilizzati in agricoltura. Bayer ha stretto un accordo con Planetary Resources, startup che si occupa di telerilevamento satellitare e relativa commercializzazione dei dati raccolti. L’integrazione tecnologica a partire proprio dalla gestione dei Big Data è stata, peraltro, una delle motivazioni alla base dell’accordo per l’integrazione tra i colossi della chimica Monsanto e Bayer, operazione che ha preoccupato la Commissione Europea e le ONG proprio per l’enorme mole di dati dei quali disporrà il gruppo.

 

Constatato questo, ci poniamo alcune domande, abbozzandone veloci risposte che certamente non sono esaustive ma che guideranno in modo sostanziale le nostre Ricerche future, ma anche il lavoro di molte aziende.

1 - “Quale è l’obiettivo di questi attori?” Ovviamente parliamo della valorizzazione di questi dati nei loro conti economici. Fin troppo banale.

2 - “In che modo valorizzano i dati?” Sono numerose le possibilità. Solo qualche esempio, analizzato all’interno delle nostre ricerche: guidare i nostri i consumi attraverso semplici pubblicità o promozioni, ma anche meccanismi più sofisticati come, ad esempio, sistemi di loyalty o brand engagement; rivendere alle aziende informazioni sulla propria filiera in modo tale da gestire al meglio la supply chain; ecc.

3 – “Cosa comporta per l’ecosistema europeo tutto questo?”. Minacce e opportunità, come al solito accade nel caso di una forte innovazione. Minacce, perché aziende lontane dal nostro ecosistema e giustamente poco inclini ad investire nel nostro Paese ma principalmente a raccogliere fatturato, possono sfruttare questi dati prendendoci così per le briglie come animali da soma (come accade, ad esempio, con la pubblicità online). Opportunità, perché questo dati sono nostri, come consumatori e aziende delle filiere agricole e agroalimentari Italiane: possiamo perciò sfruttarli per generare valore per il nostro ecosistema di imprese e consumatori. Si tratta solo di prepararci con le giuste competenze: di business, legali, ecc.

 

Il menù del futuro è ricco di dati? Certamente sì. Se non si conoscono le portate si rischia di fare indigestione o di sprecare risorse in acquisti sbagliati, scambiando ad esempio un antipasto per un dolce.

Investiamo perciò in conoscenza e competenza!


Filippo Renga e Chiara Corbo, Osservatorio Smart AgriFood

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Filippo Renga

Filippo Renga

Co-Fondatore degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano. È inoltre Direttore degli Osservatori Innovazione Digitale nel Turismo, Fintech & Insurtech e Smart Agrifood.

Tema:  Smart AgriFood