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Whatsapp Pay frenato in Brasile, ma le mosse dei grandi attori non si fermano

06 luglio 2020 / Di Ivano Asaro / Nessun commento

“Trasferire denaro sarà facile come inviare un messaggio” questa la visione di Mark Zuckerberg, il miliardario proprietario di Facebook che dal 15 giugno è riuscito a lanciare Whatsapp Pay in Brasile dopo il primo approccio al mercato indiano (servizio già attivo dal 2018).

 

Come funzionerà Whatsapp Pay in Brasile

Rispetto al paese asiatico, però, dove Whatsapp si appoggia in toto all’infrastruttura dei pagamenti istantanei voluta dal sistema bancario (UPI), il lancio in Brasile dimostra il respiro internazionale del servizio del social network americano. Qui i cittadini possono collegare le proprie carte di pagamento all’app di messaggistica istantanea e iniziare a scambiare denaro con altri utenti (p2p) o a pagare dei commercianti online (in questo caso il commerciante deve corrispondere una commissione a WhatsApp).

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La banca centrale frena i pagamenti via Whatsapp

La visione di Zuckerberg, tuttavia, potrebbe dover attendere ancora qualche tempo per diventare effettivamente realtà: il neonato servizio del social network americano, infatti, è stato bloccato per accertamenti dalla banca centrale carioca. La motivazione addotta è la necessità di valutare l’impatto di Whatsapp Pay sull’ecosistema dei pagamenti brasiliani, anche perché la banca centrale è a pochi mesi dal lancio del proprio servizio interbancario per i pagamenti istantanei PIX.

In attesa della decisione della banca centrale brasiliana, possiamo dire che Whatsapp Pay è solo uno dei progetti di Facebook per avvicinarsi al mondo transazionale dei pagamenti: Libra, la criptovaluta ideata dall’azienda di Menlo Park e sostenuta da un consorzio di aziende, potrebbe vedere la luce nei prossimi anni (seppur anche in questo caso il progetto abbia subito un rallentamento e una rivisitazione rispetto all’idea iniziale), mentre i Facebook Shops mirano ad aiutare le aziende a creare canali di vendita verso i propri clienti.

 

Non solo Whatsapp Pay

Ma attenzione, perché la società di Zuckerberg non è la sola grande azienda tecnologica a puntare molto sui pagamenti.

Samsung, ad esempio, dopo aver lanciato Samsung Pay in tutto il mondo, ha da poco annunciato la sua nuova carta di pagamento per il mercato europeo. Una carta brandizzata Samsung che permetterà di aggregare al proprio interno tutte le carte Visa e Mastercard che l’utente possiede, grazie alla partnership con la fintech inglese Curve. La carta sarà integrata anche con il servizio Samsung Pay per smartphone, da cui sarà possibile gestire tutte le transazioni. La società coreana, per il mercato statunitense, invece, ha annunciato una nuova “carta-conto” in collaborazione con SoFi.

La tendenza dei grandi produttori di device e sistemi operativi di lanciare delle carte con il proprio logo non si esaurisce qui. Apple già dal 2019, in collaborazione con Goldman Sachs, ha offerto ai suoi utenti negli Stati Uniti la sua nuova carta di credito, la Apple Card. Una carta che può essere richiesta in pochi passaggi dall’applicazione Wallet dell’iPhone, viene consegnata anche nella versione fisica in metallo e permette di ottenere un cashback del 2% sugli acquisti (3% sui prodotti di casa Apple). Google ha in progetto una nuova carta di debito connessa a Google Pay. E anche Huawei proporrà ai propri clienti in Cina la propria carta di credito.

 

Whatsapp Pay & Co: minaccia per le banche o valore aggiunto?

Il timore che questi attori possano puntare a prendere il posto delle banche – pensiero molto forte nel mercato più tradizionale in passato – ultimamente viene in parte mitigato da due evidenze importanti. La prima è che tutti i nuovi prodotti annunciati o lanciati dalle Big Tech sono realizzati in collaborazione con attori finanziari già presenti in maniera stabile in questo mercato.

La seconda è che, nella maggior parte dei casi, per i giganti della tecnologia queste carte di pagamento non nascono per essere una fonte di ricavi diretta (solo Huawei ha dichiarato che imporrà un canone annuo per avere la carta di credito), ma più realisticamente si tratta di un servizio a valore aggiunto che può creare effetti di fidelizzazione e di lock-in per gli utenti. Il caso più emblematico è quello di Apple, per cui la carta prevede dei costi solo in caso di ritardi nel ripagare il debito contratto di mese in mese. Gli utenti che la richiedono possono continuare a utilizzarla finché hanno un iPhone associato con cui controllarla e nello stesso tempo sono incentivati a spendere in prodotti Apple grazie al cashback. Le transazioni sono gestite da Goldman Sachs e i dati vengono generati per la consultazione direttamente nel dispositivo a cui solo l’utente può accedere.

E qui invece sorge un’altra grande domanda sul tema dei dati: quello di Apple è un caso isolato o anche Google, Samsung e Huawei (almeno ufficialmente) rinunceranno a sbirciare nelle tasche dei propri utenti?


Ivano Asaro e Matteo Risi - Osservatorio Innovative Payments

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