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Il Lavoro Agile nella PA: progetti, diffusione e linee guida

23 settembre 2019 / Di Mariano Corso / Nessun commento

Nel settore pubblico, la diffusione dello Smart Working non ha fatto quel salto dimensionale in cui era lecito sperare alla luce dei principi e degli obblighi introdotti dalla riforma Madia.

 

I limiti del Lavoro Agile nella Pubblica Amministrazione

Una prima motivazione di questo fallimento è che la norma introdotta, benché sufficientemente chiara dal punto di vista degli obblighi e delle scadenze, non prevedeva specifiche risorse e misure di accompagnamento a disposizione (le poche presenti sono state attivate con grave ritardo rispetto alle scadenze), né tantomeno sanzioni in caso di mancato rispetto dei termini.

Una seconda motivazione, ancora più profonda, risiede nel fatto che l’innovazione organizzativa non può essere imposta per decreto come purtroppo nel settore pubblico si tende a pensare: le difficoltà incontrate mettono in evidenza come, per rendere possibile un vero passaggio allo Smart Working nella PA, occorra cambiare prospettiva e non vedere e presentare questa iniziativa solo come un mero adempimento normativo, ma come un cambiamento culturale che deve passare da un coinvolgimento dei lavoratori e, soprattutto, da un’adesione vera ai nuovi principi organizzativi da parte del management della PA.

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Questo perché una visione “legalista”, oltre a contrastare con lo spirito stesso dello Smart Working, limita molto la portata dei progetti portando gli enti pubblici meno convinti a fare il minimo indispensabile e non consentendo all’organizzazione di cogliere le reali opportunità che il cambiamento permetterebbe di ottenere. Per fare questo, occorre che ciascuna PA sia stimolata ad interpretare lo Smart Working in base alle proprie caratteristiche, come un’opportunità di trasformazione della cultura dell’ente e di innovazione del modello di servizio al cittadino, facendo tesoro di altre esperienze già presenti nel comparto pubblico.

In questo contesto, tuttavia, non è da trascurare il fatto che i tempi di attivazione dei cambiamenti nella PA sono molto diversi da quelli del settore privato, anche a causa della farraginosità delle procedure previste dalle normative sugli approvvigionamenti di beni e servizi. Per vedere gli effetti delle iniziative e dei provvedimenti adottati, tra cui la legge e la già citata riforma Madia, occorrerà quindi attendere i tempi dei lunghi adempimenti necessari.

 

Lavoro Agile e PA: qual è il quadro normativo di riferimento?

L'approvazione della legge sul Lavoro Agile, le iniziative del Dipartimento Pari Opportunità e la direttiva della riforma Madia, insieme alla crescente attenzione mediatica sul tema, hanno sicuramente contribuito a sviluppare maggiore sensibilità e conoscenza sul tema. Non stupisce pertanto che sono poche le pubbliche amministrazione a dichiarare di non conoscere per nulla il concetto di Smart Working e Lavoro Agile.

Nonostante il quadro normativo sopra citato, sussiste un 38% di pubbliche amministrazioni che si dichiara incerto sull'adozione di questa pratica, mentre un 6% esplicita addirittura assenza di interesse nell’introduzione dello Smart Working.

Il limite principale è rappresentato dalla percezione che molte attività presenti negli enti pubblici non siano compatibili con il lavoro da remoto. Tra gli altri ostacoli ci sono poi le procedure burocratiche ritenute troppo complesse, la mancanza di consapevolezza dei benefici ottenibili e le attività poco digitalizzate.

 

Le esperienze di Smart Working nella PA italiana

Se, dunque, nelle grandi imprese lo Smart Working costituisce una realtà, ben diversa è la situazione ad oggi presente nelle pubbliche amministrazioni.

La ricerca dell’Osservatorio Smart Working ha previsto una rilevazione ad hoc per misurare la diffusione delle iniziative nel settore pubblico: solo l'8% delle pubbliche amministrazioni dichiara ad oggi di avere progetti strutturati, mentre un altro 1% di praticare lo Smart Working informalmente.

Come nel settore privato, anche nel pubblico sono gli enti di maggiori dimensioni quelli più propensi a approcciare questo nuovo modo di lavorare. Le iniziative presenti, però, molto spesso sono in fase sperimentale e vedono il coinvolgimento di una popolazione molto contenuta: spesso si tratta di poche unità. Sono pochi i casi in cui le sperimentazioni riguardano team estesi.

Rispetto alle organizzazioni private gli enti pubblici hanno non solo meno progetti strutturati, ma anche meno iniziative relative a specifiche leve. Confrontando le organizzazioni pubbliche e private di grandi dimensioni che sono tradizionalmente più sensibili su questi temi, il gap maggiore si riscontra nell’adeguatezza di dotazione tecnologica per il lavoro da remoto: i forti vincoli di spesa che connotano il settore pubblico, d'altronde, frenano gli investimenti per adeguare le tecnologie necessarie allo Smart Working.

Altrettanto significativo è il gap relativo alla flessibilità di luogo, ossia la possibilità saltuaria di lavorare presso la propria abitazione, tale possibilità viene data nel 48% delle grandi aziende, ma solo nel 22% degli Enti pubblici. Significativo è che invece l’istituto del telelavoro, spesso erroneamente associato allo Smart Working, sia presente in misura maggiore dagli enti pubblici che nelle grandi imprese.

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Mariano Corso

Mariano Corso

Docente del Politecnico di Milano e Responsabile Scientifico degli Osservatori Smart Working e Cloud Transformation

Tema:  Smart Working