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Le principali cause del fenomeno delle “fake news”

12 gennaio 2017 / Di Andrea Lamperti / Nessun commento

L’inizio del nuovo anno ha riportato in auge il tema delle “fake news” che compromettono il settore digitale (e non solo) dei Media. La diffusione di notizie false mette in cattiva luce tutto il mondo del giornalismo e tutti quei canali che, per propria natura, amplificano la diffusione di contenuti. Senza voler analizzare le ripercussioni in altri contesti (soprattutto politici), l’evoluzione di questo fenomeno ha però alcune cause ben precise, anche se forse non esaustive, che hanno alimentato la nascita e lo sviluppo di questi avvenimenti.

Innanzitutto, lo spostamento di fruizione delle news dai siti delle testate agli aggregatori (social network, motori di ricerca, ecc.): sempre di più gli utenti si sono abituati a informarsi in poco tempo con le notizie che già trovano all’interno dei siti che frequentano più spesso. Da una ricerca effettuata dall’Osservatorio Internet Media insieme a Doxa, emerge che il 68% degli utenti Facebook fruisce tutti i giorni o quasi di articoli giornalistici dal Social Network; con la stessa frequenza, il 32% condivide questi contenuti tra i propri amici. I Social diventano così amplificatori di news anche non verificate, perché chiunque può condividere una news con estrema facilità, a volte con impatti virali, senza controllarne l’attendibilità; inoltre tutte le notizie vengono presentate allo stesso modo, con la stessa grafica, rendendo meno immediata l’associazione dell’informazione alla testata giornalistica che effettivamente l’ha realizzata e quindi più difficile, per un lettore non attento, distinguere una fonte autorevole da quelle meno autorevoli.

Come seconda causa, è da sottolineare come le Media Company faticano a monetizzare online: una notizia approfondita di qualità sconta alti costi di realizzazione che non vengono ripagati dalla pur eccessiva pubblicità presente online. Il ricorso a paywall ha funzionato solo in pochi casi, limitando ulteriormente la diffusione delle notizie da fonti accurate. Al contrario, il modello di revenue dei siti “meno affidabili” è spesso basato sul fenomeno del click baiting, ossia l’utilizzo di titoli ingannevoli per attirare un maggior numero di click (e quindi maggiori introiti pubblicitari) a fronte di una informazione però di bassa qualità. Da questi presupposti, è difficile oggi ipotizzare quale sarà il futuro del giornalismo e quale potrà essere l’autorevolezza della stampa digitale.

La realizzazione, poi, dell’informazione stessa è cambiata nel tempo: sempre più spesso nascono soggetti che operano esclusivamente nel mondo digitale (possono essere chiamati Media Company?) che costruiscono i propri contenuti non solo tramite una redazione giornalistica “tradizionale”, ma anche attraverso aggregazione di informazioni prodotte da altri: si parla di human content curation quando una redazione seleziona e commenta criticamente le diverse fonti che in rete trattano di un certo argomento; se non esiste una redazione, ma la selezione delle informazioni avviene tramite un algoritmo, questa metodologia è chiamata automated content curation; nei casi in cui la creazione dei contenuti è riposta addirittura nelle mani degli utenti stessi, assistiamo al cosiddetto citizen journalism dove ciò che avviene è una crowdsourcing content creation. Qui è il processo produttivo stesso dell’informazione che allontana chi ha prodotto la notizia da chi la diffonde: senza una redazione che controlla chi produce la news, la probabilità di notizie fake aumenta.

Infine, i principali player di Internet hanno bisogno di contenuti: chi utilizzerebbe Facebook se non ci fossero post? Chi cercherebbe qualcosa su Google se il motore di ricerca non restituisse nessun risultato? Per questo motivo, fino ad oggi questi player si sono poco interessati alla qualità dei contenuti diffusi sulle loro pagine, senza opporsi alla diffusione di eventuali fake news. Anzi, hanno anche dichiarato più volte, per alcuni versi anche giustamente, di essere “Tech Company” e non “Media Company”, senza quindi alcun obbligo di verifica sui contenuti veicolati. Ora, a bomba esplosa, anche l’interesse di questi player si sta spostando nuovamente sulla qualità: non a caso, Facebook stessa sarà sponsor del prossimo Festival del Giornalismo 2017.

 

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Andrea Lamperti

Andrea Lamperti

Direttore dell’Osservatorio Internet Media - Ricercatore presso gli Osservatori Digital Innovation dal 2011, segue altre attività di Ricerca in ambito di Turismo digitale sempre all'interno della School of Management del Politecnico di Milano.

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