Perche’ Il Mit Premia La Disobbedienza?

17 March 2017 / Di Alessandra Luksch / 0 Comments

“Non cambi il mondo se fai ciò che ti viene detto”, è questa l’opinione di Joi Ito, a capo del MIT Media Lab, che ha appena lanciato il contest “Disobedience Award” con l’intento di premiare il migliore “disobbediente”, che attraverso la propria disobbedienza, purchè responsabile ed etica, abbia procurato grande beneficio alla società civile.

Non si tratta di una provocazione o di una “trovata”, ma, a nostro avviso, di un fenomenale segno dei tempi.

La disobbedienza è da sempre fonte di sviluppo e di beneficio, dal mito di Prometeo che donò il fuoco agli uomini disobbedendo a Zeus, per arrivare a grandiosi esempi recenti, da Ghandhi, a Sara Park, al “Rivoltoso Solitario” di piazza Tienanmen, per citarne solo alcuni a cui l’umanità deve molto.

Se questo ruolo fondamentale della disobbedienza si è sempre manifestato nella storia, come fonte di innovazione e di progresso, di fronte all’attuale discontinuità economica, tecnologica, demografica, climatica (e potremmo proseguire), in cui la necessità di innovare risulta sempre più vitale, la disobbedienza può rappresentare una via percorribile, anche per le imprese. Il bisogno di innovazione è così spinto che le regole e i principi su cui le imprese hanno costruito il proprio modus operandi stanno risultando lenti e inerziali, inefficaci all’adattamento continuo richiesto dall’attuale contesto, alla velocità del digitale, alla viralità della sharing economy e alla collaborazione dell’economia delle reti.

All’esempio del MIT, che sostiene la disobbedienza come elemento di valore, si affiancano altri casi, come il contest Enel “My best failure” per premiare i “migliori errori aziendali” ed esaltare il principio che per imparare bisogna sbagliare. E ancora, “The succes-failure projects” piattaforma di discussione che la Harvard University ha creato come fonte di confronto e discussione per studenti e docenti in cui il confine tra fallimento e successo si fa quasi inesistente. E che dire degli eclatanti successi di Uber e Airbnb, prototipo di nuove imprese sviluppatesi non senza qualche violazione di regole, circostanza senza la quale probabilmente non avremmo assistito alla loro ascesa. Alcune di queste violazioni, come è capitato nella storia, hanno un valore positivo perché nell'interesse della collettività.

Tutto questo, dicevamo, è segno dei tempi. Si assiste, così, sempre più spesso all’adozione di stimoli e modelli nuovi per sollecitare e diffondere la cultura dell’innovazione all’interno delle organizzazioni e delle imprese, per ricercare inedite prassi di lavoro, aumentare la propensione al rischio e introdurre la cultura dell’errore come elemento di sviluppo.

Secondo una recente Survey degli Osservatori Digital Innovation, rivolta ad oltre 200 tra CIO e Innovation manager, il 19% delle imprese ha già adottato nuovi modelli organizzativi per una gestione efficace dell’innovazione, il 55% ha già sperimentato forme di Open Innovation Outside-in, e il 30% lavora con Startup come fornitori seguendo un approccio lean. È uno sforzo doveroso e fattibile, al di là dei prodigiosi estremi del MIT, di rivedere e snellire i processi obsoleti delle imprese consolidate, nella ricerca del necessario rinnovamento della cultura interna in termini di ruoli, competenze, approcci e mentalità.

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  • Autore

Direttore degli Osservatori Startup Intelligence e Digital Transformation Academy