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Affitti turistici: un colpo al cerchio e un colpo alla botte... ma le tasse?

26 luglio 2019 / Di Eleonora Lorenzini / Nessun commento

Settimana scorsa il Country Manager di Airbnb Italia ha annunciato su LinkedIn il lancio di un Legal Counsel per Italia e Sud Europa e contestualmente la ricerca di professionisti per intraprendere questa carriera.

Servizio sicuramente utile e carriera certo promettente; e come potrebbe non esserlo nell’intricata giungla regolamentativa italiana dove ogni regione e comune ha il proprio sistema di gettito fiscale, il proprio registro per case vacanza da compilare e così via? Forse anche tentativo di portare dalla propria parte le strutture ricettive (o più precisamente, in questo caso, forme di ricettività alternativa, imprenditoriali e non) attraverso offerta di servizi altamente specializzati, difficilmente sviluppabili in proprio e difficilmente reperibili sul mercato a prezzi competitivi una volta che il mercato viene occupato da giganti con tali economie di scala.

Questa mossa è in linea con quanto ormai da un po’ di anni OTA e compagnie di home sharing stanno offrendo per accaparrarsi il favore dei propri host, mettendo a disposizione ad esempio raffinati servizi di business intelligence alle strutture affiliate. Il favore del turista se lo sono già guadagnato andando a offrire servizi sempre più personalizzati e economici, talvolta anche a discapito degli host di cui sopra (si pensi alla facoltà di annullare le prenotazioni fino a poche ore prima del soggiorno – ormai quasi la regola per le OTA – e agli effetti che questo ha sulle possibilità di pianificare le risorse da parte degli hotel e alle conseguenze sulla qualità dei servizi).

 

Il problema degli affitti turistici in Italia

Insomma un colpo al cerchio e un colpo alla botte, forse nella speranza che si continui a sorvolare sul fatto che, di tutto questo valore prodotto in Italia, in Italia come gettito fiscale cosa rimane?

Gli affitti turistici sono un mercato estremamente rilevante. Secondo le nostre ricerche il transato che passa dalle piattaforme di sharing pesa per il 29% sul transato digitale delle strutture ricettive in Italia.

Siamo inoltre perfettamente consapevoli che l’ingresso in un mercato di big player digitali è uno straordinario volano di crescita e sviluppo, anche per i tanti piccoli operatori che costituiscono il nostro tessuto imprenditoriale (e non imprenditoriale in questo caso). Tuttavia non si può tacere sui pericoli derivanti dagli oligopoli, soprattutto se non regolati o regolati male, come molto spesso ancora avviene per quelli digitali.

E quando siamo di fronte a società che non solo non pagano le tasse in Italia (ma le pagano ad esempio in Irlanda in quanto il servizio viene fornito ‘on the web’ e quindi potenzialmente dove si vuole,), ma nemmeno collaborano a far emergere il tanto sommerso che c’è (adducendo svariate motivazioni per non essere considerati sostituti d’imposta per la cedolare secca) non possiamo restare a osservare senza almeno storcere il naso.

Il ministro Centinaio qualche giorno fa ha annunciato una stretta sul tema con l’introduzione a livello nazionale di un codice identificativo per gli operatori degli affitti turistici. Certo l’efficacia della misura sarà fortemente influenzata dalla collaborazione fattiva delle OTA, con cui pare che in autunno saranno stretti specifici accordi. Sarà la volta buona?

Eleonora Lorenzini e Filippo Renga - Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo

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Eleonora Lorenzini

Eleonora Lorenzini

Coordinatrice della Ricerca degli Osservatori Innovazione Digitale nel Turismo e Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali