La crisi di SPID e la convergenza con CIE: una mossa rischiosa nella partita europea

Ultimo aggiornamento / Di Clarissa Falcone / 0 Comments

In questi giorni il mondo dell’identità digitale è in forte subbuglio, i 10 Identity Provider attualmente coinvolti in SPID devono rinnovare la convenzione con AgID, ma la negoziazione risulta piuttosto agguerrita. Sul tavolo ci sono due grossi temi:

  • il riconoscimento del ruolo centrale di SPID nel panorama italiano dell’identità digitale;
  • la sostenibilità economica del sistema, in quanto gli Identity Provider non sono più intenzionati a sostenere “in solitaria” i costi e chiedono di poter accedere ad alcuni fondi del PNRR destinati al supporto del sistema di identità digitale.

Per poter capire quello che sta avvenendo è necessario fare qualche passo indietro e contestualizzare.

SPID e il rischio spegnimento

Butti, Sottosegretario di Stato con delega all’innovazione tecnologica, aveva dichiarato già a dicembre 2022 la volontà di spegnere SPID in favore di CIE.

L’Osservatorio Digital Identity ha più volte sottolineato come la dismissione di SPID sarebbe profondamente deleteria sotto diversi punti di vista, vanificando gli sforzi per la costruzione e la diffusione del sistema di identità digitale più diffuso in Italia e tra i più diffusi e virtuosi in Europa. SPID è considerato un asset chiave a livello nazionale: 34,2 milioni di cittadini, circa il 70% della popolazione maggiorenne, sono in possesso di questa identità digitale, e nel 2022 l’hanno utilizzata complessivamente oltre un miliardo di volte per accedere a servizi online.

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Di contro, sono 33,7 milioni le CIE rilasciate, ma questo dato non è un buon modo per stimare l’effettivo utilizzo digitale (tramite app CieID per smartphone o un lettore di smartcard collegato al computer via usb). Purtroppo, non sono pubblici i dati degli accessi digitali effettuati tramite queste due modalità, ma secondo le stime dell’Osservatorio Digital Identity[1], nel 2022 sono tra i 4,5 e i 5,5 milioni i cittadini che accedono tramite l’app CieID e altrettanti coloro che utilizzano il lettore di smartcard per effettuare il riconoscimento online.

I dati da confrontare tra questi due sistemi di identità digitale sono quindi “34,2 milioni di cittadini in possesso di SPID vs. circa 10 milioni che utilizzano CIE nella sua versione digitale”. Ricordiamo che anche il modello alla base dei due sistemi è profondamente diverso: l’identità SPID è gestita secondo un modello federato che coinvolge 10 aziende (9 private e una pubblica), mentre CIE è centralizzato e gestito unicamente dal Ministero dell’Interno e dall’Istituto Poligrafico.

Una possibile soluzione: la convergenza dei due sistemi esistenti

L’intento del Governo è davvero quello di spegnere SPID in favore di CIE? Probabilmente la via corretta non è dismettere uno dei due strumenti, ma piuttosto spingere verso la convergenza. Ed è importante sottolineare che la convergenza verso un unico sistema sarebbe comunque la soluzione definita dal Regolamento europeo eIDAS, attualmente in fase di revisione, che prevede l’introduzione di un wallet di identità digitale che raccolga un ampio set di credenziali.

Anticipare questa convergenza, sebbene non sia in questo momento elemento prioritario per la strategia di digitalizzazione del Paese, potrebbe guidarci verso una sperimentazione anticipata del wallet. Si rincorrono infatti notizie (non confermate dalle fonti ufficiali) che citano un possibile bando, in partenza a breve, per lo sviluppo di una nuova app simile a un wallet per contenere sia SPID sia CIE.

Per evitare di trovarci di fronte a un enorme dispendio di energie e investimenti, è cruciale che questo nuovo progetto non sia appannaggio prevalentemente di attori pubblici, interessati a giocare un ruolo centrale della nuova partita del wallet di identità digitale. Può e deve essere un’opportunità di confronto con gli attori privati che per anni hanno consentito all’Italia di spingere sulla digitalizzazione del settore pubblico e delle aziende relativamente al riconoscimento elettronico degli utenti. Solo in questo modo si valorizzerebbero esperienze, competenze e strategie per assicurare il successo di un eventuale nuovo progetto italiano di sperimentazione sul wallet di identità digitale.

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Gli obiettivi del PNRR

Il PNRR contiene degli obiettivi molto stringenti sull’identità digitale: entro il 2026 dobbiamo raggiungere 42 milioni di italiani dotati di identità digitale, obiettivo certamente sfidante, ma raggiungibile a partire dagli attuali 34 milioni di utenti già attivi in SPID.

Dentro il PNRR, il Governo ha stanziato 285 milioni di euro per supportare lo sviluppo dei sistemi di identità digitale (Figura 1). La diatriba si concentra anche su questi fondi a disposizione, a cui gli attori privati vorrebbero accedere anche per ripagare tutti gli investimenti fatti nel passato, condizione necessaria per il rinnovo della convenzione.

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Figura 1 – Dettaglio dei fondi messi a disposizione nell'Investimento 1.4 del PNRR

Quale sarà la posizione del Governo, se in fondo c’è il programma di far convergere SPID in una nuova app che contenga anche CIE e che andrà eventualmente sviluppata a breve?

SPID e la necessità di definire una linea chiara

L’Osservatorio sta rilevando una forte incertezza nel mondo delle aziende private che forniscono servizi digitali. Coloro che hanno già adottato SPID come strumento di riconoscimento vedono infatti i loro processi di relazione con i clienti in balia di continui cambi di rotta; chi invece stava pensando di integrare questa identità digitale ora mette in pausa tutto fino al diradarsi dell’incertezza.

Questa incertezza non ci giova neanche agli occhi dell’Europa: è essenziale ricordare che sono ancora in corso le interlocuzioni per definire le caratteristiche tecniche del wallet, il suo modello di business, le opportunità di valorizzazione all’interno di questo strumento degli asset nazionali già sviluppati dai Paesi membri (nel nostro caso, sia SPID sia CIE).

Se non siamo noi a valorizzare gli asset chiave che abbiamo faticosamente costruito nell’ultimo decennio – anche con il supporto e i notevoli investimenti di aziende private in favore di una causa pubblica – non possiamo pensare che lo faccia l’Europa: evidentemente in questo scenario le decisioni comunitarie su EUDI wallet dissiperanno il valore che abbiamo creato in questi anni.

Diventa essenziale, quindi, definire in maniera chiara una strategia di evoluzione sull’identità digitale, che sia condivisa da tutte le parti coinvolte, pubbliche e private. Questo per consentire all’Italia intera, alle sue istituzioni e al suo settore privato di traguardare i target del PNRR sulla digitalizzazione e di giocare attivamente nella partita del wallet europeo.

[1] Le stime sono basate su una survey statisticamente rappresentativa della popolazione internet italiana tra i 18 e i 75 anni.

L’articolo è stato scritto da Giorgia Dragoni, Luca Gastaldi e Valeria Portale, Direttori dell’Osservatorio Digital Identity, e Clarissa Falcone, Ricercatrice dell’Osservatorio Digital Identity, Politecnico di Milano

  • Autore

Ricercatrice dell'Osservatorio Digital Identity